venerdì 2 dicembre 2011

Henry Miller, Tropico del Cancro

Quando abbasso gli occhi su questa fica fottuta di puttana sento tutto il mondo sotto di me, un mondo che barcolla e precipita, un mondo usato e levigato come il cranio di un lebbroso. Se ci fosse un uomo che osasse dire tutto quello che ha pensato di questo mondo, non gli resterebbe un piede quadrato di terreno su cui stare in piedi. Quando un uomo si fa avanti, il mondo gli crolla addosso e gli rompe la schiena. Ma ne restano in piedi sempre troppe, di colonne, troppa umanità purulenta perché fiorisca l’uomo. La sovrastruttura è una menzogna e le fondamenta sono una paura trepidante. Se a intervalli di secolo compare un uomo con uno sguardo disperato, affamato, nell’occhio, un uomo capace di rovesciare il mondo per creare una razza nuova, l’amore che egli porta al mondo si muta in bile ed egli diviene un flagello. Se a volte incontriamo pagine esplosive, pagine che feriscono e bruciano, che strappano gemiti e lacrime e bestemmie, sappiate che son pagine di un uomo alle corde, un uomo a cui non resta altra difesa che le parole e le parole sono sempre più forti della menzogna, peso schiacciante del mondo, più forte di tutte le ruote e i cavalletti che i vili inventano per infrangere il miracolo della personalità. Se un uomo mai osasse tradurre tutto quel che ha nel cuore, mettere giù quella che è la sua vera esperienza, quel che è veramente verità, io credo allora che il mondo andrebbe infranto, che si sfascerebbe in frantumi, e né dio, né accidente, né volontà potrebbe mai radunare i pezzi, gli atomi, gli elementi indistruttibili che componevano il mondo. Nei quattrocento anni dopo che comparve l’ultima anima divoratrice, l’ultimo uomo che conoscesse il significato dell’estasi, c’è stato un continuo netto declino dell’uomo nell’arte, nel pensiero, nell’azione. Il mondo è esausto: non ne è rimasta una scoreggia secca. Come può, chi possieda occhio affamato, disperato, aver il minimo riguardo di questi attuali governi, leggi, codici, principii, ideali, idee, totem e tabù? Se qualcuno sapesse cosa significava leggere l’enigma di quella cosa che oggi si chiama “cretto” o un “buco”, se qualcuno avesse il menomo sentimento del mistero attorno al fenomeno che si etichetta “osceno”, questo mondo precipiterebbe. E’ l’orrore osceno, l’aspetto secco, fottuto delle cose che fa apparire come un cratere questa pazza civiltà. E’ questo grande abisso di nulla spalancato che gli spiriti creativi e le madri della razza si portano tra le gambe. Cose, certe cose dei miei vecchi idoli mi fan salire le lacrime agli occhi; le interruzioni, il disordine, la violenza soprattutto, l’odio che hanno destato. Quando io penso alle loro deformità, allo stile mostruoso che han scelto, alla flatulenza e alla noia delle loro opere, a tutto il caos e alla confusione in cui han sguazzato, agli ostacoli che si sono accumulati attorno, provo un’esaltazione. Tutti si son voltolati nel loro sterco. Tutti quelli che troppo hanno elaborato. Tanto vero che quasi vorrei dire: “Mostratemi un uomo che troppo elabori e io vi mostrerò un grande uomo!” Quel che si dice la loro eccessiva elaborazione è carne mia: è segno della lotta, è la lotta medesima con tutte le fibre che vi si attaccano, l’aura, l’atmosfera stessa dello spirito discorde. E quando mi mostrate un uomo che si esprime perfettamente io non dirò che egli non è grande, ma dirò che non mi attrae…Per me, gli manca l’eccesso, lo smodato. Quando penso che ciò che l’artista implicitamente si propone è di rovesciare i valori costituiti, far del caos che lo circonda un suo ordine, seminare lotta e fermento, sì che per un rilancio emotivo quelli che son morti rinascano alla vita, allora io corro con gioia ai grandi imperfetti, la loro confusione mi nutre, il loro balbettamento è musica divina ai miei orecchi. Nelle pagine ben gonfie che seguono le interruzioni io vedo cancellata ogni meschina intrusione, ogni norma sporca, per così dire, di vigliacchi, bugiardi, ladri, vandali, calunniatori. Vedo nei muscoli gonfi delle loro liriche gole la fatica che occorre per volgere la ruota, per riprendere il passo dove uno ha ceduto. Vedo che dietro i fastidi e le intrusioni quotidiane, dietro la meschina scintillante cattiveria dei deboli e degli inerti, c’è il simbolo del potere delusivo della vita, e colui il quale crei l’ordine, colui il quale semini lotta e discordia, giacché è pieno di volontà, quell’uomo sempre dovrà andare alla gogna e al patibolo. Vedo che dietro la nobiltà dei suoi gesti si nasconde lo spettro della ridicolezza totale – che egli non è solamente sublime, ma assurdo. Una volta pensavo che essere umano fosse la maggiore meta dell’uomo, ma oggi vedo che questo significava distruggermi. Oggi mi vanto di poter dire che sono disumano, che appartengo non agli uomini e ai governi, che non ho nulla a che fare coi credi e coi principii. Non ho nulla a che fare con la cigolante macchina dell’umanità – io appartengo alla terra! Lo dico giacendo sul cuscino e sento le corna che mi spuntano dalle tempie. Vedo attorno a me tutti quei miei pazzi antenati che danzano attorno al mio letto, che mi consolano, che mi stimolano, che mi flagellano con le loro lingue di serpe, che ghignano e irridono coi loro teschi grotteschi. Io sono disumano. Henry Miller, Tropico del Cancro

oriente

Come lo prendi il caffé? - chiese lui...
Dalla tua bocca ... - rispose lei.
Zoccola - ridacchio lui mordendole il labbro.

Era giorno.
Aveva l'uccello duro. Ne rimase un pò infastidito.

Lei si voltò, indossava solo quelle disgustose mutandine di seta rosa che fanno tanto metresse d'antan.
Sentì l'acqua della doccia e la voce di lei canticchiare quella canzoncina che la sera prima avava sentito all'Esselunga mentre spingeva il carrello e la sua mente era altrove.

Era lontano ieri sera, lontano e stanco.
Sognava già l'umidità appiccicosa e fritta del suo prossimo viaggio in oriente.

Le Ovaie

Sai, per un momento ho chiuso gli occhi leggendo "vieni, lascia che ci pensi io.." .

Ho chiuso gli occhi e ho pensato a quanto bello sarebbe per una volta nella vita abbassare la guardia, rilassare le spalle, fidarsi, abbandonarsi ad un uomo, lasciare che si prenda cura di te. Dimmi, quante volte te l'hanno detto? quante volte ti hanno detto - vorrei prendermi cura di te - e alla fine ti sei ritrovata ad ascoltarli con quel sorriso di dolce comprensione stampato in faccia mentre in realtà

pensavi "quanto sei stronzo....quanto sono stronza"? Quante volte sono rimasta impigliata nella loro “tendenza alla distrazione, alla comprensione e nessuna resistenza alle loro pretese”, al rapporto accettato, all'essere "eletta" perché nella mia discrezione, nel mio non esserci, sono passionale, sono la sua "cavalcata dei sensi”.

Quante volte ti sei abbandonata alle cure di un uomo?


E' vero...mi aspetto che un giorno arrivi l'uomo che mi dica: tu non sei cinica, sei forte, sei bella, sei audace, sei intelligente ma io amo

la tua fragilità è di lei che mi voglio occupare. Voglio prendermi cura della tua fragilità, voglio dimenticare il mio egoismo e farti mia

anche quando piangi, quando mi frantumi i coglioni, quando voli lontana e hai solo bisogno di essere ripresa con forza, quando sbagli

e hai bisogno che qualcuno te lo dica, quando diventi una piccola donna con le sue bassezze.

Ma che ne sanno loro....che ne sanno.

Vivono per il successo, per una carriera. Vivono in un matrimonio sfasciato perché comunque fa comodo, perché fa facciata, perché

costa fatica alle articolazioni dell'anima crescere, dire no!
Arrivano anche a strapparti le ovaie e a dirti che i figli possono aspettare, che i figli ce li hanno già. Cazzo.

 

Ti piace?

Mi sono fermata davanti a quell'opera e per un momento ho fantasticato di sentire all'improvviso il tuo respiro all'orecchio e la tua voce calda che mi sussurrava "Ti piace?". Ho socchiuso gli occhi e ho sentito distintamente la tua mano che da dietro si infilava sotto la mia maglietta e il pollice che disegnava l'incavo sessoflessuoso della mia schiena. Ho immaginato di girarmi appena con la testa e di appoggiare la mia guancia sulla tua, di sfiorati le labbra. Avevi anche tu gli occhi chiusi. Eravamo pelle. Il primo contatto. Brividi e muscoli tesi. Ti sei appoggiato appena su di me. Sentivo il tuo petto sulla mia schiena. Il tuo bacino che si inarca appena un pò verso le rotondità dei miei glutei. Ti sento. Lo sento. Sei eccitato. Mi scosti i capelli, mi baci il collo. Un attimo solo, qui non possiamo. Sento il calore liquido della tua lingua. Gemo. E te ne vai.

HOUSE

Torno dal mio viaggio.
Ho la mente appannata dal caldo e dall'odore del treno. Penso che dovrò lavorare ancora qualche giorno e poi finalmente sarò in vacanza. Devo ancora fare tutto, organizzare tutto, ordinare tutto. Ci penserò domani.

Apro la posta e trovo la prima letterina del "mio" bimbo ...mi dice che nel suo villaggio non c'è elettricità ma che da lì vede l'Himalaya e che vorrebbe tanto che un giorno io lo raggiungessi per guardarlo con lui. Mi disegna anche una casetta dalle pareti alte e la porta enorme. Il segno è incerto. Sotto ci scrive "house". Domani comprerò una cartolina, bella, colorata, una cartolina patinata, come qui da noi e gliela spedisco.
Mi emoziono, sì, piango anche un pò. Ora ho i pensieri impastati di sonno, di emozione e del buio di un villaggio senza luce.
Chissà come è bello il cielo lì .....

......Su quel muro ci sono ora le mie impronte, i segni delle mie unghie,
una luccicante scia di saliva e di sperma. Uno schizzo che è volato oltre
il mio corpo, dal tuo corpo e si è depositato lì. Un murales di piacere.
La prima rappresentazione grafica al mondo del piacere. Una nuova arte.

" Sto preparando una nuova tela. Una tela piuttosto feroce. Posso arrischiare a perlartene? Figurati se non posso parlarne con te - E' una scena erotica, ma che, beninteso, non ha nulla di divertente; non è una di quelle piccole infamie che ci si mostra clandestinamente dandosi colpetti di gomito. No, io voglio declamare alla luce del sole, con sincerità e partecipazione, tutta la tragedia e l'emozione di un dramma della carne, proclamare a gran voce le incrollabili leggi dell'istinto. Morte agli ipocriti!"

Balthus

Lezione di Chitarra, Balthus, 1934